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1° RAID FUORISTRADISTICO - TUNISIA

  • Tamerza - oasi di montagna
  • Sul lago salato Chott el Jerid
  • Verso Ksar Ghilane
  • Fuori pista nel deserto
  • La moschea dei sette dormienti
  • Bambini a Matmata

Il viaggio “impegnativo” è nei sogni di tutti i motociclisti; se poi la destinazione è esotica, l’attesa della partenza può diventare spasmodica. Così è stato per il raid 1998, con destinazione Tunisia, Africa. Se ne è cominciato a parlare nell’estate del 1997, quando il desiderio della meta “speciale” era impellente in Marco (Honda XR 400), Pierpaolo (Yamaha TT 350), Vanni (Suzuki DR 350) e me. L’organizzazione è durata tutto l’inverno, studiando carte, usi, costumi e quant’altro relativo alla Tunisia ed ai tunisini. Periodo della partenza, Pasqua; traghetto per Tunisi da prendere a Trapani e viceversa. Come d’incanto arriva il giorno fatidico: il 5 aprile, onomastico della mia dolce metà, tanto cara quanto comprensiva nell’assecondarmi quando l’anelito alla conoscenza e all’avventura diventa così forte da costringermi quasi a partire. Tanti amici alla partenza, saluti e baci e via verso Trapani. La SS 106 prima e la A 3 Sa-Rc dopo ci vedono passare al piccolo trotto; ho modo di ascoltare il rombo regolare e rassicurante del GS 100, ben carico, che sembra rallegrarsi per l’avventura che stiamo andando a vivere insieme, e che farà sì che io non possa più dimenticarlo, anche dopo che l’avrò ceduto, fra un mese, in cambio di un fiammante GS 1100. Mentre penso, i Pirelli MT 21 tacchettati, montati per la circostanza, mordono l’asfalto, probabilmente meravigliati e confusi; niente paura, a breve … Traghettare sul canale di Sicilia, anche per chi come me lo ha fatto già decine di volte, è sempre un’esperienza degna di nota; attraversare quel braccio di mare, famoso già nei classici greci, provoca dei piccoli brividi di piacere; la consapevolezza di raggiungere una terra bella come la Sicilia fa il resto. Ma stavolta la bella Sicilia ci vede solo di passaggio, e Trapani ci accoglie con la visione delle sue saline; troviamo alloggio presso l’ostello della gioventù, ceniamo frugalmente, l’emozione non ci consente di più, ed andiamo a dormire aspettando domani. 6 aprile, fila mostruosa al porto, in attesa dell’imbarco, in mezzo a tante persone che aspettano di tornare in patria. Quasi nessun italiano, penso mentre mi guardo intorno. Una macchia celeste, nella moltitudine, attira la mia attenzione; guardo meglio e riconosco inequivocabilmente la sagoma del mitico Tenerè di Carlo, e contemporaneamente vedo lui, la sua compagna Barbara (TT 350) e Piero (XT 600)! Anche loro hanno deciso di fare il viaggio! Grandi abbracci e la decisione, immediata ed ovvia, di farlo insieme. L’attesa diviene meno fastidiosa, e dopo circa due ore sbarchiamo le moto, ci sistemiamo sul ponte e la nave parte.La traversata da Trapani a Tunisi dura circa 9 ore, e nel tardo pomeriggio sbarchiamo a La Golette, il porto di Tunisi. Formalità doganali lunghe e fastidiose, timbri, moduli, file fino all’arrivo di un piccoletto che, per 10 dinari, moneta tunisina, circa 16000 lire, ci facilita le cose. Usciamo dal posto di frontiera che è già buio, e ci dirigiamo verso il centro di Tunisi, semideserta e molto silenziosa. Chiedo indicazioni ad un agente di polizia in moto, che molto gentilmente mi indica come raggiungere il grand hotel du Lac, una costruzione a piramide rovesciata, che ci ospiterà per la notte. L’albergo è bello, con aria condizionata e ad un costo accettabile: 45000 lire con prima colazione. A letto piuttosto presto, dopo aver cenato, per essere pronti domani al reale inizio dell’avventura. 7 aprile, si va! La parte nord della Tunisia è molto verde; per questo, ai tempi degli antichi romani, essa era chiamata “il granaio di Roma”. Una strada asfaltata molto panoramica ci guida verso sud, ed attraversiamo prati verdi punteggiati da tante piccole e graziose casette, ma ben presto il paesaggio comincia a cambiare; l’Africa è anche questo, contrapposizioni macroscopiche. Attraversiamo una delle ultime pinete tunisine ed arriviamo al sito archeologico romano di Dougga, la città romana meglio conservata in nordafrica. Mentre vago tra le rovine, penso a quanto grande sia stata la civiltà romana e quanto da essa abbiamo attinto noi “moderni”. Riprendiamo il cammino verso Gafsa, imboccando un facile sterrato che costeggia quasi il confine algerino, presidiato con attenzione da uomini in armi. Siamo su un altopiano, e viaggiamo in direzione della table de Jugurtha, un enorme monolito di roccia che si erge sull’altopiano stesso. Un ripido e sassoso sentiero ci porta ai piedi della tavola, ed un centinaio di scalini scavati nella roccia, e consunti come quelli di un antico monastero, ci portano sulla sommità del monolito, da dove godo un panorama spettacolare; esso sembra un altopiano a sua volta, e solo avvicinandosi ai bordi ci si rende conto di essere su un immenso balcone naturale con una vista che abbraccia mezza Tunisia. Viene naturale il parallelo con la Ayer’s rock, nel deserto australiano, dove ancora (…) non sono stato. Qualche notizia sulla tavola di Giugurta: essa prende il nome dal re berbero Giugurta, che pare vi si sia rifugiato per non arrendersi all’esercito del console romano Mario. Il monolito sembra in effetti una sorta di castello, ma non vi è certezza storica di questo fatto. Quello che è certo è che la tavola servì da rifugio al bandito Senam, che nel 14° secolo effettuò le sue scorribande da queste parti. Dopo la visita, riprendiamo verso l’oasi di Gafsa, ed entriamo in uno oued (fiume in secca). Il carico si fa sentire, il GS scoda perdendo aderenza, il manubrio diventa pesante. 30 km di questa musica, penso fra me e me, con un po’ di sgomento; ma tanti anni di pratica fuoristradistica saranno serviti a qualcosa? Mi alzo in piedi sulle pedane ed aumento appena il gas; il GS reagisce subito e si riallinea, ed io mi diverto a guidare con piccole e controllate derapate… che gusto! Lo oued si allarga a dismisura, e noi corriamo su file parallele, con le scie di polvere e sabbia come grandi code mobili; si allarga ancora, e vedo a malapena di lato i miei compagni di viaggio. Ad un certo punto, un enorme imbuto; lo oued si restringe repentinamente e davanti a noi si erge uno sbarramento naturale, che nelle intenzioni, penso, dovrebbe essere una diga, assolutamente invalicabile per le moto. Un piccolo sentiero sulla destra ci permette di inerpicarci, con qualche difficoltà, fin quasi la cima, e vedo una baracca in lontananza; mi avvicino, metto la moto sul cavalletto e mi levo il casco per chiedere lumi ad un omino nei paraggi. Appena mi vede, questi si ritira precipitosamente nella baracca, sbarrando la porta dall’interno. Cosa avrò fatto o detto mai? mi domando, mentre busso alla porta. Niente da fare, l’omino ha aperto solo quando anche gli altri si sono avvicinati e gli abbiamo mostrato la bandierina italiana che sempre portiamo in viaggio. Ci ha poi spiegato, un po’ in francese ed un po’ a gesti, che la mia corporatura (1.84 per circa 100 kg) e soprattutto la mia barba, che da queste parti pare sia segno di integralismo islamico, lo avevano terrorizzato. Ci mostra un sentiero appena accennato che ci permetterà di bypassare l’ostacolo, e ci offre anche un delizioso tè alla menta, bevanda nazionale, senza accettare nulla in cambio. Non c’è che dire, da queste parti sanno cos’è l’ospitalità! Partiamo quindi e torniamo sulla direttrice del nostro itinerario, ma la stanchezza comincia a farsi sentire, la sera si avvicina e decidiamo di fermarci per la notte in uno sterminato pianoro sassoso e desertico. Una veloce cena con viveri al seguito e subito a letto per recuperare.8 aprile, partenza per le oasi di montagna, non prima di aver vissuto un’esperienza che io ritengo unica; mi sveglio all’alba, ed esco dalla tenda per godermi lo spettacolo. Ad un certo punto, vedo un vecchio, in un caratteristico costume bianco e col turbante, col bastone da pastore in mano, che mi guarda intensamente. Penso che sia il padrone del fondo e mi avvicino per vedere cosa vuole; per prudenza, però, chiamo Marco che esce subito dalla tenda. A gesti il vecchio ci fa capire cosa vuole; lo avreste mai detto? Solo una stretta di mano! Incredibile. Ma ancora più incredibile è il fatto che, una volta stretta la mano al vecchio, questi è praticamente scomparso. Splendido percorso fuoristrada, comunque, con attraversamento di qualche inopinata discarica, ma nel complesso bella sensazione. Tra uno sterrato e l’altro, e sempre costeggiando il confine algerino, arriviamo alla prima oasi di montagna, Chebika, 11 metri sotto il livello del mare (!), sotto una calura infernale attraverso una pista sabbiosa fra le palme. Sosta ristoratrice e visita dell’oasi, con passeggiata sotto le cascate, bellissime, e soprattutto rinfrescanti. Una pista in cemento con tornanti, che mi ha fatto godere di una vista spettacolare sulla piana del chott El Gharsa, ci porta a Tamerza, seconda oasi di montagna con una bellissima cascata anch’essa. La visitiamo in compagnia di Sahid, conosciuto sul posto, e offertosi di farci da guida. Facciamo l’errore di non contrattare subito il prezzo, cosa che ha poi generato un piccolo malinteso, perché il ragazzo ha chiesto alla fine del nostro giro una cifra assolutamente spropositata, che siamo riusciti a ridurre dopo una lunga trattativa. Bellissimo anche il vecchio villaggio, e caratteristici i venditori del luogo; acquisto un grosso scorpione sotto formalina come ricordo, ed un paio di collane per bambini. L’ultima oasi, Mides, 800 m. s.l.m., caratterizzata da un profondo e spettacolare canyon e da un vecchio e molto caratteristico villaggio, si raggiunge attraversando uno oued che costeggia un villaggio abbandonato ed imboccando una strada asfaltata. Spettacolo senza pari, guardo ammutolito lo sfoggio di bellezza della natura. Imbocchiamo una pista piuttosto impegnativa, tra sabbia e rocce, per tornare a Tamerza, dove prendiamo alloggio all’hotel des cascades, in realtà un campeggio con bungalow completamente disadorni con dei letti; mezza pensione, però, 20000 lire! Buona cena e poi a letto, domani visiteremo, con Sahid, le gole del Selja.
9 aprile, Sahid ci porta attraverso lo spettacolare e selvaggio panorama delle gole: davvero mozzafiato! Orgogliose guglie di roccia sedimentaria su vallate deserte, villaggi dimenticati nel nulla, bambini laceri e sorridenti che si arrampicano sulle moto… questa è la vera vita. Salutiamo il buon, tutto sommato, Sahid, e continuiamo il nostro viaggio verso sud: il deserto ci attende, e ci chiama. Primo incontro coi dromedari, coi quali mi diverto a giocare a rimpiattino, e sosta riposo nell’oasi di Nefta, ma il tempo stringe, e proseguiamo a ritmo serrato verso Tozeur, dove arriviamo all’ora di pranzo; il più famoso ristorante di Tozeur, il piccolo principe, ci accoglie ed il suo gestore ci fa assaggiare il suo famoso cous – cous, un bicchiere di vino ed un dolce caratteristico per una spesa di poco superiore alle 10000 lire. Dopo la sosta pranzo, ci apprestiamo ad affrontare la traversata del Chott El Jerid, il lago salato più grande e spettacolare della Tunisia. Un forte vento laterale ci disturba lungo il tragitto, ma la suggestione del luogo è davvero unica; foto di gruppo nel sale, sosta all’autobus abbandonato nel lago, ed un’immensa ed abbacinante distesa bianca, con riflessi multicolori che rendono il momento degno di essere conservato nell’album dei ricordi più reconditi della nostra mente. Attraversato il lago, rapido passaggio da Blidette e da El Faouar, da dove una pista sabbiosa ci porterà a Douz, la “porta del Sahara”. Ma ha piovuto di recente, e la pista è un terribile pantano dove il GS affonda senza speranza, nonostante l’urlo del motore da me lanciato al massimo dei giri per venire fuori dalla morsa di sabbia e fango. Impantanamento profondo, e momento goliardico per tirare fuori la moto; stanchi e felici, a sera inoltrata, prendiamo l’asfalto verso Douz, dove arriviamo intorno alle 20 ora locale. Campeggiamo presso il Desert club, il cui proprietario è un fiorentino qui trapiantato da ormai 30 anni, ed usciamo a cena, gustandoci appieno l’atmosfera del posto; uomini in costume tradizionali accosciati ad ogni angolo di strada, aria del deserto quasi palpabile. Mi viene in mente che in questo posto, nel periodo di Natale, si svolge il “festival del Sahara”, una kermesse che vede manifestazioni e gare di ogni genere. Forte è il desiderio di tornare per l’occasione. Ceniamo in un locale caratteristico con poche migliaia di lire, e facciamo il punto della situazione: tutti siamo entusiasti, e desideriamo l’incontro col deserto. Barbara in particolar modo è molto eccitata, e Carlo cerca di stemperare l’entusiasmo, a far sì che non si tramuti in imprudenza. Marco e Pierpaolo sono pensierosi, forse ricordano gli affetti lontani, cosa che succede anche a me ed a Vanni. Ma la consapevolezza del rientro a casa fra pochi giorni fuga la tristezza e pianifichiamo insieme la tappa di domani; 160 km di pista sabbiosa, verso l’oasi di Ksar Ghilane, fra le dune del Sahara! Una pioggerellina sottile, evento raro da queste parti di questo periodo, ci accompagna verso le tende; nella notte, il canto del Muezzin mi sveglia dolcemente e la sua nenia, quasi un sommesso lamento, mi fa accapponare la pelle e pensare una volta di più quanto importante sia il pluralismo, soprattutto quello religioso. 10 aprile, di buon’ora smontiamo le tende e partiamo per la tappa clou; seguiamo la cosiddetta “pipeline”, una pista mista di sabbia e sassi che ci porta verso l’oasi. Percorrendola, ho tempo di pensare all’esperienza che sto vivendo, e mi rallegro guardando l’orizzonte sconfinato che si apre davanti ai miei occhi, che mi rende partecipe della bellezza del creato, e ringrazio chi per noi ha fatto tutto questo. D’un tratto, ecco il “vero” deserto; la pista lascia il posto alla sabbia, soffice ed impalpabile come solo la sabbia del “Sahara” può essere. Proseguiamo col cuore gonfio di gioia, ma ad un tratto siamo costretti a fermarci: le indicazioni sono sparite! Mentre facciamo il punto, comincia ad alzarsi un forte vento, che porta con sé un turbine di sabbia: è la tempesta! Fortunatamente dura poco, senza essere nemmeno troppo forte, ma il momento è di grande adrenalinicità. L’autista di un vecchio fuoristrada zeppo di persone ci indica la giusta direzione, e dopo un paio d’ore arriviamo, stanchi morti ma felici, alla mitica Ksar Ghilane. Sapevo che in loco c’è una sorgente d’acqua, di forma tondeggiante e con circa 20 metri di diametro, dove l’acqua stessa esce ad una temperatura costante, d’estate e d’inverno, di 37° C, ma non immaginavo che il bagno sarebbe stata una delle sensazioni più belle della mia vita; dopo una giornata di sabbia e sassi, un relax totale in un posto assolutamente incredibile. Insieme agli altri amici, indugio fino all’imbrunire, e poi monto la mia tenda nei pressi dell’oasi. Ceniamo nell’oasi, ascoltando canti e vedendo balli tribali di una bellezza unica, con spaghetti arrotolati su degli spiedini, buoni quanto strani, e carne di dromedario arrosto, ottima se si vince la ritrosia ad assaggiarla. Decine di persone in costumi sfavillanti, e dromedari adorni di preziosi finimenti, armi stranissime e danzatrici a dir poco conturbanti ci aiutano a concludere una serata davvero a 5 stelle.
Torniamo al campo e mi addormento dolcemente, fuori della tenda, sotto le stelle del Sahara, e mi sembra che esse mi cullino come la più premurosa delle mamme. La temperatura scende, e nella notte rientro in tenda, ripromettendomi di guardare l’alba nell’oasi, che a mio avviso vale il viaggio: esco fra le dune infatti mentre il cielo illividisce, e quando i primi raggi del sole rischiarano d’intorno, vedo i dromedari accovacciati sulle prime dunette: grande nodo in gola. 11 aprile, giornata intensissima; prima di ripartire con destinazione Matmata, città troglodita sotterranea, a moto scarica insieme a Pierpaolo e Vanni mi accingo a raggiungere il fortino abbandonato fra le dune, pare di origine romana, visto che all’interno v’è un architrave con incisioni romane, usato dalla legione straniera francese durante la prima guerra mondiale e conquistato dai tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, nella battaglia col generale Leclerc. Bellissima la pista, con dune alte e soffici, che ha impegnato me ed il GS, che anche scarico pesa 240 kg, al massimo livello.Grande la soddisfazione quando ho varcato l’ingresso del fortino, insieme ai miei amici e a due tedeschi in sella a specializzatissime KTM. Nel fortino non c’è più nulla, escluso la cinta muraria, ma salire sul suo punto più alto è molto emozionante perché si trova su un naturale belvedere sull’oasi e sul deserto circostante. Torniamo all’oasi, carichiamo le moto e partiamo verso Chenini, città troglodita scavata nella roccia. Quasi 100 km di “hammada”, pista sassosa che va percorsa a velocità sostenuta o a 10 km/h, pena lo smontaggio delle moto, e dei piloti. A velocità “da polso” arriviamo a Chenini, e lì ho davvero un attimo di smarrimento: la città è un alveare di roccia, con le abitazioni scavate nel costone della montagna, per uno spettacolo pazzesco. Mi vengono in mente “i sassi “ di Matera, ed in effetti qualche somiglianza si può ravvisare. Se non ci credete, andate a Chenini per conto vostro, e poi venitemi a trovare a Taranto; ai sassi vi porterò io. Rapido saluto ad un gruppo di bambini che esce dalla scuola (in Tunisia non ci sono le feste di Pasqua), ed andiamo a visitare, poco distante dal paese, la moschea dei sette dormienti, la cui leggenda vale al pena di essere raccontata: 7 giganti di religione cristiana dormirono in questo luogo per anni, incapaci di trovare la pace interiore. Un giorno ascoltarono le parole di Maometto e si risvegliarono, si convertirono all’Islam e poterono morire, sepolti nel piccolo cimitero con 7 tombe, a destra dell’entrata della moschea. Il luogo è molto suggestivo, anche se nella moschea non c’è niente. Proseguiamo, su una strada sassosa che sale in quota, aprendosi su panorami di montagna da brivido verso Matmata, l’altra città troglodita scavata nella roccia, ma nel sottosuolo. Incontriamo una lunga fila di motociclisti, attrezzati di tutto punto, belli a vedersi, con megafurgone al seguito; vediamo che sono guidati da un tour operator, ed infatti seguono diligentemente le traiettorie tracciate dal’aprifila; no, grazie, il pesante bagaglio fa parte della nostra avventura, e la borsa degli attrezzi è il nostro megafurgone. Villaggi piccolissimi, composti da una sola strada si avvicendano, gente incuriosita si affaccia all’uscio per guardare gli stranieri, l’aria frizzante dei monti stimola le mie narici e solletica la mia fantasia. Ecco Matmata, con le sue case sotterranee; un cratere di circa 5 metri di profondità fa da corte alla casa, e su questa si affacciano tutte le stanze. Prendiamo alloggio in un albergo di questo genere, molto caratteristico e di grande fascino; contrattiamo il trattamento di mezza pensione per 20000 lire! Giro per il paese e cena in albergo, dove incontriamo molti europei, che ci ricordano ancora una volta le nostre case lontane. Piccolo momento di nostalgia. Letti puliti e comodi ci accolgono per la notte, e Morfeo ci abbraccia dolcemente... 12 aprile, mi alzo prima degli altri perché voglio fare un giro in paese di mattina presto prima di partire; esco, carico il GS e mi avventuro fra le case. Due gli incontri, belli ed indimenticabili: il primo con un dromedario che non ha mostrato nessuna paura né interesse nei miei confronti, e si è lasciato fotografare anche da vicino; il secondo con quattro meravigliosi bambini, ai quali ho distribuito tutte le caramelle che mi restavano, che si sono fatti fotografare sul GS, regalandomi un momento irripetibile. Incontro anche il padre, sorpreso di incontrarmi, e gli prometto che gli spedirò la foto che ho fatto ai suoi figli. Mi riaggrego alla comitiva e ci mettiamo in viaggio, alla volta di Kairouan, la città santa della Tunisia. Noto con un pizzico di dispiacere che il fuoristrada è praticamente finito, anche se ne abbiamo avuto a bizzeffe, e mi concentro sulla strada che, ampia e regolare, ci porta a Gabes, grande oasi sul mare dove ci rifocilliamo con uno splendido panino al Kebab, arrosto di carni miste cotto su una specie di girarrosto verticale: una vera squisitezza. Sosta presso l’ufficio postale (la poste) per spedire le cartoline di rito e continuiamo verso El Djem, località dov’è conservato uno dei più grandi Anfiteatri romani, precisamente il quarto in ordine di grandezza (nell’ordine il Colosseo, l’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere (CE), l’arena di Verona, conservato in maniera splendida. Penso nuovamente, come a Dougga, che i romani sono stati davvero un grande popolo, e monta in me un po’ di orgoglio per esserne un diretto discendente; scaccio però il pensiero, che potrebbe facilmente sfociare nello sciovinismo, e mi accingo a visitare il monumento, rimanendo impressionato dalla sua bellezza e dalla cura con cui viene conservato ancora al giorno d’oggi. La strada per Kairouan è ancora lunga. E ci mettiamo in movimento; una comoda statale ci porta in breve tempo nella città santa, e decidiamo di alloggiare all’hotel Continental, il migliore della città, per riposarci delle fatiche affrontate fin qui. 40000 lire il costo per una notte, compreso il ricovero per le moto. I latini dicevano: “in cauda venenum”, riferendosi allo scorpione, ed intendendo che le cose, a volte, riservano i problemi più grossi proprio quando stanno per terminare; noi abbiamo avuto modo di sperimentarlo con una delle mille “guide” che stazionano fuori degli alberghi. Questo individuo, in un misto di francese ed italiano, ci dice che ci avrebbe accompagnato ad una festa berbera, dove avremo modo di fare delle foto bellissime. Accettiamo ingenuamente e ci avviamo in un dedalo di viuzze, che al calar della sera diventano sempre più strette e poco trafficate, mentre un altro figuro, dall’aspetto losco, ci gira intorno a bordo di una Yamaha 125 DT con marmitta sfondata e senza targa.
Mi allarmo, e dico agli amici di stare pronti ad affrontare una situazione a dir poco spiacevole, quando il motociclista ci viene incontro a velocità elevata. Il nostro accompagnatore si dilegua in un lampo, ed il motociclista ci blocca con la moto di traverso, tirando fuori un tesserino rosso: è un agente di polizia! Ci dice che il nostro accompagnatore è un tipo poco raccomandabile, e che aveva pensato che noi fossimo alla ricerca di qualcosa di particolare, tipo fumo od altro. Resosi conto della nostra buona fede, ci consiglia di rientrare subito in albergo, e così facciamo immediatamente. Una precisazione è d’obbligo: il popolo tunisino è uno dei più cordiali e miti che io abbia mai incontrato. Quello che è successo a Kairouan succede in quasi tutte le grandi città di tutto il mondo, dove si sa che bisogna fare un po’ di attenzione in più. Detto questo, torno alla cronaca. A letto con molta adrenalina in circolo, dopo una buona cena. 13 aprile, è l’ultima tappa, fina a Tunisi, che non è molto distante, e si raggiunge con una comoda autostrada. Decidiamo pertanto di visitare Kairouan in mattinata. Splendida la medina della prima, con migliaia di negozi di tappeti (è la principale produttrice di tappeti della Tunisia), negozietti con personaggi e luoghi caratteristici e a volte davvero strani. Uno per tutti, il cammello sacro. Un uomo turbantato ci invita a vederlo, e ci fa salire lungo una ripida scala. Abbiamo capito male, mi dico; come può un cammello essere in questo luogo? Mi sbagliavo, eccome! Arrivati in cima alla scala, da una piccola porta veniamo introdotti in un ambiente largo, con al centro un pozzo, ed una ruota con vari recipienti legati che, scendendo nel pozzo, si riempiono di acqua che i presenti definiscono “santa”. Il moto della ruota? Un povero dromedario, bendato, che girando in tondo la fa muovere. Veniamo invitati a bere un po’ di quell’acqua, santa e beneaugurante; facciamo finta di berla, diamo qualche dinaro in “beneficenza” ed andiamo via in tutta fretta. Continuiamo verso Tunisi, e vi arriviamo nel primo pomeriggio; ci dedichiamo alla visita della città, visitando la cattedrale cristiana, il palazzo del sultano, che altro non è se non un grande negozio di tappeti ed altro, con grandi decori, baldacchini finemente istoriati e donne berbere a tessere ininterrottamente. Ci immergiamo poi nella medina, un vero dedalo di viuzze, che Marco ed io affrontiamo con spavalderia, separandoci momentaneamente dagli altri, e che ben presto si rivela un labirinto inestricabile. Non riuscendo più ad orizzontarci, chiediamo ad una bella ragazza alta, mora e vestita all’occidentale (camicetta e minigonna) che ci porta fuori in men che non si dica. Durante il tragitto ho modo di notare ancora una volta le grandi contraddizioni di questi paesi: molte le donne col viso coperto che incontriamo, e molte quelle che lo coprono incontrandoci, rendendo a dir poco stridente il contrasto con la bella e libera ragazza che ci fa da guida. Ma questo, oltre ai fattori geografici e storici, è forse proprio quello che attira noi occidentali verso queste terre. Il pomeriggio vola via in un lampo, ed arriva l’ora dell’imbarco; le solite formalità e poi la nave, che nella notte ci porta nuovamente a Trapani, in Italia. Ancora intontito dalla ridda di emozioni che ho provato in questi giorni, assaporo il gusto di mettere nuovamente piede sul suolo italiano. È il 14 aprile, ed il GS, con i Pirelli tacchettati ormai consunti dai sassi, dalla sabbia e dalla terra, punta verso casa; sono convinto che anche lui è felice.